Anno V n.13 - 2 aprile 2004
UNA MONTAGNA DI VERITA’ VIEN FUORI RIDENDO
Ad attirare tanti giovani spettatori, nella seconda serata della romana Cometa Off, è un loro coetaneo, Raimondo Brandi, autore e interprete di un pezzo teatrale proposto come conferenza-spettacolo con un titolo che non scivola via inosservato, Security fino all’11 settembre. Un monologo dal ritmo velocissimo che rintraccia i prodromi di una tragedia più che annunciata
di MARIATERESA SURIANELLO
Roma - Sorprendentemente
affollata la seconda serata alla Cometa Off, il nuovo spazio teatrale aperto di
recente in uno dei quartieri romani più frequentati nelle notti della capitale,
Testaccio. Ad attirare tanti spettatori - giovani e giovanissimi - è un loro
coetaneo, Raimondo Brandi, autore e interprete di un pezzo teatrale proposto
come conferenza-spettacolo con un titolo che non scivola via inosservato,
Security fino all’11 settembre. Specialmente in questi giorni in cui
anche i nostri stitici telegiornali sono costretti - nonostante la sudditanza -
a passare notizie poco onorevoli nei riguardi dell’amministrazione Bush,
accusata dall’interno di aver “sottovalutato” certe indicazioni
dell’intelligence circa possibili attacchi terroristici in quel settembre
2001.
Figura minuta, capelli castani e lisci che si tira continuamente dietro
le orecchie, Raimondo Brandi - le ore 23 sono suonate già da un po’ - entra
subito nel merito dei fatti, andando ad esporre uno dietro l’altro tanti piccoli
e grandi avvenimenti accaduti nel corso del passato decennio in giro per gli
Usa. Col suo monologo dal ritmo velocissimo cerca di ricostruire i prodromi di
una tragedia più che annunciata. E con garbata ironia sollecita continuamente la
domanda che si sono posti milioni di statunitensi in quella terribile mattina di
settembre, mentre in diretta televisiva assistevano alla deflagrazione delle
Twin Towers: dov’è l’intelligence? L’autore-attore non inventa niente di quello
che racconta, ogni dato è pubblicato su libri (anche in edizione economica,
dice) o reperibile su internet, addirittura nei siti ufficiali delle agenzie
Usa. Incalzante si chiede, per esempio, come sia successo che i caccia abbiamo
impiegato intere mezz’ore per alzarsi in volo e arrivare a intercettare gli
aerei dirottati, quando il protocollo prevede che in pochi minuti essi siano sul
bersaglio. In breve accumula una serie di incongruenze attraverso le quali anche
le nature meno scettiche giungono a dubitare sulla dinamica
dell’accaduto.
L’attore si muove nervoso, sorseggiando acqua da una
bottiglia, davanti a un pannello coloratissimo, poggiato su due sedie, con
decine di nomi scritti disordinatamente in diversi caratteri (sono i nomi dei
protagonisti della storia, ma anche quelli dei luoghi o di strategie e
operazioni militari), belli grossi e altisonanti (la scenografia è di Giuseppe
D’Orazio, Alessandro Gaudio e Alessio Rota).
Poi, basta girare il foglio e lo
scenario cambia. Compare un altro pezzo di Terra, quello euroasiatico, col suo
Mar Caspio in bella evidenza, l’ex Urss e l’Afganistan, il Golfo Persico...,
insomma l’enorme culla del sanguinoso conflitto alimentato quotidianamente da
criminali interessi globalizzati. E qui il monologo sembra perdere un po’ del
brio che caratterizza la prima parte. Il ritmo si arresta, anche se le parole
non mancano. Gli avvenimenti sono tanti e tali che Brandi cerca di raccoglierli
in una forma drammaturgica coerente, ma il rischio di dimenticare personaggi
come il deposto Saddam è alto. L’attore traccia delle coordinate e dà
un’infarinata veloce di storia contemporanea all’attentissimo - e divertito -
pubblico, e l’operazione non risulta affatto inutile. Anzi, in questa nostra
società distratta dalle tariffe più “convenienti” offerte dai gestori di
telefonia mobile e dalle cifre a nove zeri ante euro stampate impunemente
accanto al ghigno di chi ci dovrebbe governare è necessario che il teatro ponga
domande e tenti di trovare risposte sconvenienti.
In novanta minuti, Brandi è
tornato fino a Pearl Harbor, all’attacco giapponese che segnò l’entrata in
guerra degli Stati Uniti, nel 1941. Quarant’anni dopo quella data, caduto il
“segreto di stato”, si scoprirono diversi particolari che determinarono la
decisione belligerante di Roosevelt. Il “dovere” di portare l’opinione pubblica
verso la guerra. Il parallelismo con Ground Zero è naturale (fa accapponare la
pelle, anche il numero dei morti si equipara), la forzatura sta invece nella
modifica da parte di Bush del Security Act, cioè la legge che regolamenta la
segretazione degli atti di stato, vincolandola ora agli umori personali del
presidente in carica e alla liberatoria di tutti i presidenti in vita degli Usa.
Come a dire: scordatevi di fare luce su quell’11 settembre 2001.
Discolo di
un Raimondo Brandi! Sbatte in faccia agli spettatori una montagna di verità
spargendo il riso in platea. Che sia nato un nuovo cantore comico? Teniamolo
sotto controllo, e seguiamone la crescita. Potrebbe avere geni simili al grande
Paolo Rossi, erede diretto dell’immortale Dario Fo.
Security fino
all’11 settembre alla Cometa Off è stato presentato per una sola sera, il 31
marzo. Lo spettacolo sarà riproposto, sempre a Roma, all’Astra Occupato (viale
Jonio, 225), il 14 e il 15 aprile.