venerdì, settembre 10, 2004
Mare dentro
di Alejandro Amenábar
Opera non lineare nello svolgimento. Amenábar, il lucido regista di The Others, impone al film un avvio forte, determinato, convincente e coinvolgente. Ramón (Javier Bardem) e' un tetraplegico costretto in un letto da 26 anni, senza mai perdere il suo equilibrio interiore. Lotta per ottenere un suo diritto: essere aiutato a morire. In questa sua lotta ha al suo fianco una volontaria e un'avvocata, affetta da una malattia degenerativa. Durante questa battaglia incontra anche Rosa, una donna semplice, molto affascinata da lui. La parte centrale del film appare incongrua, inopportuna, poco credibile e inficia l'intera pellicola. Nel finale il regista riprende il controllo della trama, ritrova l'ispirazione originale e riesce a condurre in porto lo svogimento ritrovando equilibrio, forza e credibilita'.
lunedì, settembre 06, 2004
Te lo leggo negli occhi
di Velia Santella
E' uno scorcio di vita che inquadra tre genarazioni di donne. Margherita (Stefania Sandrelli) che non vuole rinunciare a nulla, nonostante l'eta' trasformi in farsa ogni sua azione, Chiara (Teresa Saponangelo) e' sua figlia, e' separata da suo marito ed appare dedita esclusivamente alla cura di sua figlia Lucia, una bambina di salute cagionevole. E' un ritratto di donne senza uomini. Margherita "tradisce" con svagatezza suo marito con un anziano medico, il marito ne e' consapevole e lo accetta per quieto vivere. Chiara e' rimasta in buoni rapporti con il suo ex marito che si e' rifatto felicemente un'altra famiglia mentre lei conduce un'esistenza piatta, priva di sentimenti propri, ne' amore ne' risentimento. Sembra voler compensare l'eccesso di vitalita' di sua madre, quasi a voler testimoniare una sorta di legge di compensazione tra madri e figlie. La piccola Lucia non puo' ancora esprimere una propria propensione ma nella storia appare contesa tra la mamma e la nonna, forse a indicare uno dei due destini (entrambi apparentemente infelici) che possono attendere una donna: il vitalismo che conduce all'effimero irresponsabile e la responsabilita' che conduce alla rinuncia di se', come come donna e come persona. Donne che possono essere scegliere autonomamente la loro strada ma su una mappa disegnata dagli uomini. Il tema e' interessante, la tesi sostenuta e' valida, peccato che il film non riesca a coinvolgere e scorra un po' scialbamente. Il film e' stato presentato alla 61-esima mostra di Venezia, nella sezione Orizzonti ed e' stato co-prodotto dalla Sacher Film di Nanni Moretti.
martedì, agosto 31, 2004
Fahrenheit 9/11
di Michael Moore
Un film di genere documentario, realizzato nello spirito dei pamphlet polemici illuministi, premiato all'edizione 2004 del Festival di Cannes con la Palma d'oro. L'impostazione del documentario e' rigorosa: si ricostruiscono i legami tra la famiglia Bush e quella Bin Laden, si individuano i vantaggi economici portati dalle guerre realizzate contro l'Afghanistan e l'Iraq, vengono fornite anche prove a supporto della tesi sostenuta. E' molto interessante la struttura politica del film che, in puro stile marxista, mette in evidenza lo scontro di classi a spiegazione dei fenomeni reali. In aggiunta a tanto rigore illuminista si fa uso anche del registro satirico per ridicolizzare l'avversario Bush. Operazione tra l'altro riuscitissima e certamente non difficoltosa. Questo registro e' una novita' rispetto al precedente Bowling a Columbine (da cui eredita la stessa impostazione logico-politica) e probabilmente e' dovuto alla necessita', puramente pragmatica, di spianare la strada al candidato democratico Kerry, sebbene possa rivelarsi un'arma spuntata sul medio periodo ma le elezioni sono vicine e speriamo funzioni.
venerdì, luglio 30, 2004
Kill Bill vol. 2
di Quentin Tarantino
Nel secondo episodio le corde emotive, i generi trattati si riducono. Lo sviluppo narrativo e' piano, lo sguardo indulge sentimentale sui soggetti. A suo modo Tarantino tratteggia una sua teoria d'amore dove l'odio trova un ruolo fondamentale. L'oggetto amato non puo' sfuggire al divampare dell'odio del soggetto amato. Allo stesso tempo l'odio non puo' distruggere l'amore. Ecco, dunque, il duello, la sfida tra i due sentimenti. L'epilogo vede trionfare la vendetta, ovvero la consumazione dell'odio che puo' lasciare spazio all'amore pur senza l'oggetto amato (ucciso dalla vendetta). E' possibile instaurare un paragone con il mito i Amore e Psiche. Bill (Amore) e' colui che dirige The Bride (Psiche) nel suo lavoro di morte (nel mito Amore aveva il compito di far innamorare Psiche dell'uomo piu' brutto della terra). Ma Bill si innamora di Black Mamba (alias The Bride), esattamente come Amore di Psiche. Il loro amore puo' funzionare a patto che lei continui ad uccidere (nel mito: che non guardi in volto Amore) ma fisicita' dell'amore femminile, in questo caso la gravidanza (nel mito il desiderio di vedere il volto dell'amato) interrompe la relazione d'amore. Solo dopo infinite Psiche (nel film Black Mamba) riuscira' a ricongiungersi al suo amato, Amore. Nel film il ricongiungimento avviene con sua figlia (figlia anche di Bill) ma in punto di morte lo sguardo e le parole tra Bill e Beatrix sono certamente d'affetto.
Il secondo episodio e' meno palp-itante ma, d'altronde, non e' questa la sua funzione. Esso e' l'epilogo che da' forma e sostanza all'opera e conclude la terribile e cruentissima saga della vendetta con cauta e dignitosa dolcezza, realizzando una perfetta fusione di elementi contrastanti.
lunedì, luglio 26, 2004
El abrazo partido
di Daniel Burman
Un giovane argentino, di famiglia ebrea, vuole acquisire la cittadinanza polacca per abbandonare il suo paese quando, all'improvviso, torna da Israele suo padre che aveva lasciato la sua famiglia vent'anni prima per andare a combattere per Israele (guerra dello Yom Kippur), almeno apperentemente...
Questa la trama sintetica del film che tratta con sobrieta' il tema dello spappolamento economico dell'Argentina, dello spirito di appartenenza alla religione ebraica, del rapporto tra genitori e figli. Una sobrieta' che, tuttavia, non riesce a diventare leggiadria o a svilupparsi in una narrazione avvincente.
Da sottolineare l'omaggio al film di De Sica "I girasoli" con Mastroianni, non ritornato dalla guerra di Russia, e la Loren che si mettera' alla sua ricerca fino a trovarlo ma con una nuova vita.
mercoledì, luglio 14, 2004
Wilde side
di Sébastien Lifshitz
Stéphanie e' una transessuale, si guadagna da vivere prostituendosi. Djamel e' un giovane di origine algerina, anche lui si prostituisce saltuariamente per sopravvivere. Mikhail e' un ex boxer russo che lavora come lavapiatti a Parigi, non parla francese. Tre vite messe ai margini. Stéphanie vive sui bordi delle strade, entra di notte nelle case di uomini anziani che vogliono provare cio' che hanno sempre desiderato e mai ammesso neppure a se stessi. La sua sessualita' e' affascinante, desiderabile ma per questo scandalosa, da occultare, da sospingere nella notte. Djamel e' un sottoprodotto del colonialismo francese, un figlio della colpa. Si aggira languido nelle stazioni, nei bagni, in bar di quart'ordine, prestando il suo giovane corpo a uomini e donne dalle vite "normali". Mikhail e' il figlio di una sconfitta del passato recente e del tradimento di una promessa presente. Il suo posto e' nelle cucine dei ristoranti, dove presta il suo umile lavoro, sottratto agli sguardi della societa' che consuma. Il potere dei margini e' quello di racchiudere tutto. A patto che si uniscano. E il loro incontro diventa unione. L'unione passa per il loro corpi, attraverso i loro desideri sessuali, il loro amore. Il loro corpo e' il luogo dei conflitti, dove vivono le contraddizioni del loro spazio e del loro tempo. Il corpo e' tutto cio' che resta a chi e' scartato dalla produzione sociale codificata. Eppure il prodotto piu' prezioso per la societa' e' proprio il loro corpo. Il biopotere, su cui si fonda la produzione di pregio. Il loro incontro delinea il triangolo che racchiude il contesto globale: il sesso, la classe, la produzione. In loro non c'e' traccia di consapevolezza e, pertanto, neppure di rivolta. Eppure c'e' il rifiuto, delle relazioni codificate, del lavoro identitario, delle tradizioni ereditate. Questo determina naturalmente la rottura dell'involucro familiare, strumento di regolazione della societa' attuale.
Le inquadrature con telecamere a mano si alternano alle inquadrature fisse, a sottolineare la (in)stabilita' dei personaggi. Grandi spazi naturali, ripresi con toni brillanti, giungono improvvisi a spazzare lo squallore metropolitano, a toni cupi, per dare speranza di cambiamenti. La storia narrata e' piana, svincolata dal canone del romanzo e della tragedia, non vi e' la crisi improvvisa perche' tutto e' crisi, non vi e' soluzione, perche' non e' ragionevole immaginarla e forse anche perche' i protagonisti preferiscono creare un nuovo spazio piuttosto che risolvere all'interno dello spazio dato.
lunedì, luglio 12, 2004
Tutto puo' succedere
di Nancy Meyers
Una commedia sentimentale, a tratti anche brillante e divertente. Lui (Jack Nicholson) e' un sessantenne scapolo, dirigente discografico e di un certo successo con le donne. Durante un week end con la sua ultima fiamma giovane e bella conosce la madre (Diane Keaton) di quest'ultima, affascinante cinquantenne, divorziata e sola. Lui si innamorebbe di lei, lei si innamorerebbe di lui, se non fosse che un giovane medico (Keanu Reeves) si innamora di lei. Alla fine lui preferisce la mamma alla figlia, lei preferisce lui a Keanu Reeves. Questi americani, valli a capire....
venerdì, luglio 09, 2004
The company
di Robert Altman
Interessante la struttura narrativa del film, privo di climax e conclusione. Uno spaccato fedele, visto dall'interno da chi pratica e ama l'espressione corporea. La padronanza del mezzo di Altman ci rende gli autunni di Chicago, i giovani americani che amano l'arte, gli interni delle loro case, colorati di candele e attraversate dalle musiche soft jazz. La fotografia e' curata, con luci soffuse, colori morbidi. La scenografia, sia quella naturale di chicago che quella dei balletti, rappresenta un'america piu' umana, da non amare o odiare a priori, senza ideologie, fatta di persone. Ma esistera' poi davvero quest'america? Queste persone cosi' poco "americane"? Possiamo sperarlo per l'America anche se non sono il massimo per rendere avvincente un film.
lunedì, luglio 05, 2004
Le cinque variazioni
di Lars Von Trier e Jorgen Leth
Nel 1967 Leth ha girato un cortometraggio dal titolo The perfect Human. Qui un giovane uomo si muove, mangia, si prende cura di se', su uno sfondo bianco. Parla del suo amore perduto, con freddezza, distacco. Senza cogliere il senso delle cose che gli accadono. Una sorta di anatomia dell'essere umano, pone sullo stesso piano le azioni fisiche piu' elementari con i pensieri piu' intimi, senza coglierne differenze. E' questa freddezza che Von Trier attribuisce, come colpa, a Leth. E questa colpa deve essere lavata. Lo strumento di punizione e' questo film che ha il compito di tirare fuori l'uomo, di separarlo dalla perfezione, sentimento molto poco umano per Von Trier. L'uomo di cui si parla e' Leth, in quanto il regista e' "colpevole" delle sue opere che sono espressione di se'. Per compiere questa operazione indurra' Leth a ripetere quel film per quattro volte. Ogni volta sottostando a delle limitazioni tecniche-ambientali. E qui l'altra convinzione dogmatica di Von Trier: la tecnica e l'ambiente diventano sostanza. Per condividere o contestare tale affermazione basta guardare le quattro variazioni e constatare se per persista o meno la freddezza del regista nelle sue successive lavorazioni. Ma l'esito di tale valutazione non e' immediato e niente affatto scontato. Da qui l'ultima variazione che e' una vera e propria degenerazione in quanto non viene piu' ripetuto The perfect Human ma Leth si limita a leggere un testo di Von Trier e a firmarne fittiziamente la regia. In questo testo Von Trier si immedesima in Leth e accusa se stesso di aver fallito nel suo progetto. Un gioco di specchi, incroci e scambi per lasciarci un'ultimo sguardo sul cinema che resta, pur sempre e nonostante tutto, una grande illusione (ma cosi' simile alla vita).
Un Film parlato
di Manoel de Oliveira
Un' unica trama unisce i miti, le architetture del Portogallo (inizio di questo viaggio di una mamma con la figlioletta) con i miti della citta' di Marsiglia e, cosi' ancora, verso la citta' della memoria di Pompei che ancora ci parla di coloro che fondarono l'impero romano e portarono la cultura latina in mezzo mondo. Il viaggio continua verso Atene per tributare omaggio a chi, prima dei Romani, accese la fiaccola della filosofia e della cultura. A ritroso nel tempo, raggiungono Istanbul e l'Egitto, terre di civilizzazioni precedenti a quella greca e successiva a quella romana. Si prosegue attraverso il canale di Suez, mirabile opera di ingegno, per dirigersi verso l'India, per chiudere il cerchio che riporta alle origini la nostra cultura. In questo viaggio in nave la mamma, professoressa di storia, passa a sua figlia il suo amore per l'arte, la filosofia, la grandezza dell'Uomo. Testimoniando fiducia in un nuovo umanesimo in cui la cultura possa liberare l'uomo dalla guerra consegnarlo alla sua missione di civilta'. Incontrera' altre donne, tutte di diversa nazionalita', un'italiana (Sandrelli), una greca (Papas), una francese (Deneuve) e il capitano della nave, inglese (Malkovich). La conoscenza delle lingue permettera' loro di conoscersi e di scambiarsi opinioni politiche. Non ultima la suggestione di un'Europa goverata da donne che possa essere faro di una civilta' senza guerra. Il viaggio verra' troncato brutalmente da un attentato terroristico che ci scaraventa nella brutalita' del presente che ci interroga sulla necessita' di una nuova rivoluzione umanistica.
mercoledì, giugno 30, 2004
Security
di e con Raimondo Brandi
presso la sezione del PRC di Roma Tor Pignattara
Raimondo Brandi e' un giovane molto promettente e il suo spettacolo e' certamente molto interessante. Lo stile di recitazione e di indagine che precede la stesura del testo richiama molto lo stile di Paolini. E' una raccolta analitica e ragionata, fortemente politica di dati economici, geopolitici e di cronaca che riguardano l'attentatato dell'11 settembre e le successiva guerra in Afghanistan. Riesce a far emergere con chiarezza le reali motivazioni che stanno spingendo gli USA nella loro strategia di dominio imperiale, interpretando i dati, epurati dalla cortina fumogena di disinformazione alzata dai media embedded. E' auspicabile che questo spettacolo itinerante abbia successo. Si possono avere ulteriori notizi e contatti sul sito web: http://www.11settembre.com/ , e' possibile richiedere l'esecuzione di questo spettacolo concordandolo con l'autore. Fortemente consigliato.
Ma mere
di Christophe Honore'
Tratto dal romanzo omonimo incompiuto di Georges Bataille, edito postumo negli anni '60. Respinto dal festival di Cannes e presentato in anteprima a Taormina.E' un film estremo che affronta alcune tematiche decisamente "fuori". Sarebbe una storia di un complesso edipico non risolto, di un ragazzo (Louis Garrel, gia' in the Dreamers), pervaso da delirio religioso, se, a complicare le cose, non intervenisse un ulteriore complesso, che potremmo definire "di Giocasta". Ma questo non e' tutto. La madre (Isabelle Huppert), oltre a nutrire un'attrazione sessuale per suo figlio e' caratterizzata da un profondo desiderio sessuale verso gli uomini e le donne che trova soddisfazione per lo piu' in dinamiche e pratiche sado-masochiste in cui trova la complicita' di alcune giovani donne. Su questo quadro torbido, complesso fino all'eccesso, alla nausea, alla noia, domina, invincibile, il binomio Eros-Tanatos. Sarebbe difficile uscire indenni dal tentativo di narrare tutto cio' e, infatti, cosi' accade anche per il giovane regista, al suo secondo lungometraggio. Difficile giudicare un film che ha il compito di sconvolgere e disturbare in base alle sensazioni suscitate. Al film resta il merito di testimoniare l'assenza della monade-piacere che esiste solo nella compresenza della sofferenza. In un'epoca (questa come quasi tutte) di benpensanti c'e' sempre necessita' di sconvolgere e turbare, di ricordare che la normalita' non esiste, che nel fondo dell'animo del genere umano si agitano pulsioni e turbamenti. Solo affacciandoci sul baratro dell'abisso possiamo conoscere e provare a capire. Capire cio' a cui non sopravviveremo e, per questo, effimero pur nel suo turbamento. Le grandi forze della natura non si dominano, solo gli eroi le combattono e, inevitabilmente, ne restano sconfitti.